Quella sottile angoscia della contemporaneità – Francis Bacon, oggi

Quella sottile angoscia della contemporaneità

Francis Bacon, oggi
Roberto Campagnolo

 

Il Novecento ha visto gli artisti rompere gli schemi della pittura figurativa ed esplodere colori nell’astrattismo. Lacerata da due conflitti mondiali, questa generazione di artisti ha abbandonato l’Uomo per il nitore della forma, per la purezza della geometria.

Nel dopoguerra, tuttavia, artisti coraggiosi hanno perseguito un ritorno alla realtà, questa volta indagata freddamente, una pittura tagliente come un bisturi, più realistica di una fotografia, da cui spesso trae ispirazione, che dal realismo scivola nell’iper-realismo più crudo, in una realtà demistificante, verità sotto la finzione.

Questo é Francis Bacon, occhio clinico della contemporaneità, tentato da Ingres, debitore di Cézanne, alle soglie chirurgiche del desiderio. Come Cézanne, Bacon intuisce che l’unico modo per superare l’astrattismo é dipingere ciò che ogni uomo sente nella pelle, nelle ossa, nei muscoli. In Bacon, la mano corre sulla tela mossa dalla commozione, ben oltre il rapporto fisico col mondo.

La fotografia si é ormai liberata dalla necessità di esprimere e raccontare didascalicamente la realtà; ora, dice Bacon, deve fare lo stesso la pittura. C’é voluto l’astrattismo per strappare l’arte moderna alla figurazione; Bacon percorre una terza via, una via più diretta: quella della sensazione.

Per Francis Bacon, tuttavia, “ clinico “ significa freddo, distante. Niente sentimenti, niente superficiale emotività, solo un che di esatto e tagliente. Questa realtà cruda come il banco di un macellaio, o come il tavolo di un obitorio, é tuttavia in grado di suscitare la più profonda delle emozioni, poiché scava nell’animo dell’uomo contemporaneo, nei suoi abissi, nei suoi nervi scoperti. Così, la pittura di Bacon risulta straordinariamente attuale, in quanto interpreta e catalizza l’inquietudine del nuovo millennio, quell’impalpabile brivido che percorre il faticoso vivere oggi.

La tensione di questa post – post modernità é una sottile disperazione, e l’arte, mimesi della vita, registra i battiti di questa angoscia esistenziale.

Bacon é l’artista che più di ogni altro ha raccontato l’abbruttimento del vivere, i lenti suicidi da camera d’ albergo, un grido trattenuto che non ha nulla della deformazione espressionistica, ma rappresenta, magistralmente ingabbiato tra sbarre incandescenti e legami mentali, lo stridore dell’urlo, la materia del grido, la visionarietà dell’orrore.

Altrove, é il potere (così attuale ai giorni nostri!) senza la consolazione salvifica della religione a sfigurare il volto di Papa Innocenzo X, su variazioni da Velasquez.

Se la bellezza, così come la natura, diventano un consumo di cui fruire nei momenti di riposo, se nella decadenza dei valori generale solo i gadgets ipertecnologici che hanno fatto della grafica lo stile di un marchio di successo sembrano avvicinarsi all’arte, ciò vuole dire che ormai siamo oltre la civiltà delle immagini, assuefati alle immagini stesse, spesso fruite a – criticamente, altre volte ipercritiche, dolci o crude.

Bacon rifiuta l’arte astratta perché la realtà é crudele, e “ nell’astrazione non si può essere crudeli ”.

Nella realtà della storia contemporanea, il corpo dell’uomo é stato posto, forse come mai nel passato, al centro degli avvenimenti: campi di sterminio, guerre totali, pulizie etniche pianificate. Nell’arte, la presenza del corpo traccia una parabola discontinua e fratturata: c’é stato, per lungo tempo, distacco e oltrepassamento, per approdare infine ad un ritorno al corpo brusco come una frenata, una caduta, e doloroso come un rimorso per averlo così a lungo trascurato.

Povera figura d’uomo, spesso presentata, anche in anni relativamente recenti, nuda e coperta di lividi, oppure sdraiata su una poltrona, contorta e come percorsa da un’ intima torsione. Questa immagine tormentata, in Bacon, é espressione di un disagio che divora la contemporaneità così come la psiche più profonda. E’ una tensione fra corpo ed anima, il cui limes é la pelle. E’ impalpabile. Percorre il nuovo millennio, scivola nelle case, la sera, dove la televisione riporta notizie di guerre, stragi, cronaca nera. E’ la tragedia umana quella che si svolge sotto gli occhi abbagliati dello spettatore.

Ecco, questo é l’uomo, sembrano dire i quadri di Bacon: una povera creatura dolente e inferma, lontana, troppo lontana dalla redenzione.

Sia che le figure in Bacon siano isolate o in coppia, oppure anche dipinte in trittico, sono sempre sole: é la solitudine dell’uomo contemporaneo di fronte alla realtà.

Bacon non é un pittore analitico, ma un pittore di sintesi: egli filtra il soggetto e il mondo che lo circonda scegliendo l’essenziale per la sua immagine, spesso densa e corposa, ma al tempo stesso tormentata dal disagio, dall’angoscia, dagli impulsi negativi che si agitano dentro l’uomo. Bacon dipinge figure pressate da forze invisibili, riquadrate dal nero ineluttabile della morte, e tuttavia ancora vibratamente vitali. Che altro é la pittura in Bacon se non un teatro dei nervi scoperti? E’ la tensione dei nostri giorni, la depressione che miete le proprie vittime.

Bacon dipinge il grido anziché l’orrore, la violenza di rappresentare anziché del rappresentato. E le urla disumane delle nostre guerre sono la Sua visione.

L’artista ammette di essere interessato all’anatomia del volto, in particolare alla bocca, soprattutto al suo interno, con le sue forme e il colore rosso vermiglio dei quadri del Seicento, del tramonto di Monet e, al contempo, confessa di essersi ispirato ad un libro clinico sulle malattie della bocca. E dopo la bocca gli occhi, lo sguardo evitato delle prime opere, lo sguardo diretto dei Papi, le orbite vuote di una figura che si contorce nel tormento estatico, gli occhi serrati degli ultimi anni: gli stessi occhi di milioni di bambini sofferenti per la fame, le violenze, le guerre e gli stenti, in ogni parte del terzo e quarto mondo, misconosciuti ai più nei Paesi cosiddetti “ civilizzati ”.

Su tutti il colore nero che emerge, macchia con la quale Bacon cancella lo sguardo e sfuma i contorni delle sue figure, un nero che non può ingannare: é il simbolo della morte, con la quale il pittore combatterà fino alla fine dei suoi giorni.

Bacon é influenzato non solamente da Baudelaire, Nietzche, Dostoevskij, Camus, ma anche dalle tragedie greche e dal Macbeth, che riteneva “ il concentrato del male “

I riferimenti dell’artista alle tragedie antiche, a quel mito oscuro che é nell’intimo animo dell’uomo, in quanto tocca le sue corde più profonde, sono numerosi nei dipinti di Bacon; al tempo stesso la sua ricerca presenta affinità con Barthes, Derrida e il pensiero postmoderno, nella sua operazione di decostruzione del soggetto.

Nelle Crocefissioni é invece la carne che suscita, questa sola, pietà. La carne viva ha assorbito il dolore del mondo, un dolore convulso e frutto della vulnerabilità dell’uomo.

Bacon conosceva la Crocefissione di Cimabue, e in lui é ben presente tale riferimento classico allorquando rimanda alla condizione contemporanea dell’essere umano, crivellato di colpi ovvero squartato dall’aguzzino nazista . Un orrore, una violenza che é nella storia più intima che questo secondo millennio ha ereditato dal Novecento.

Il pittore é testimone dei tempi, di tutti i tempi; al tempo stesso la sua é una ricerca tutta giocata nell’attesa che qualche cosa avvenga nel proprio intimo. E’ la lotta fra l’Uomo e il Destino. Di fronte all’orrore e all’abiezione, i Suoi corpi hanno lo spasmo di chi nella immobilità del reale attende di potere fuggire.

In arte, sembra dire il pittore, non si tratta di riprodurre delle forme, ma di captare le intime forze della realtà. Come disse Klee.: “ non rendere il visibile, ma rendere visibile”.

Le contratture o paralisi, le iperestesie o le anestesie, associate o alternanti, che tormentano e agitano i Suoi dipinti sono sistole e diastole, battito della contemporaneità. Le forze evocate dal pittore sono germe di ordine e di ritmo. La “ catastrofe “ e “ l’abisso “ di Cézanne, il “ caos “ di Klee sono finalmente superati nella pittura di Bacon proprio attraverso la riscoperta del ritmo, tramite linee che sono qualcosa di più di mere linee, superfici che sono qualcosa di più che mere superfici, volumi che viceversa sono qualcosa di meno che scultorei volumi: sono gabbie universali.

Negli ultimi anni della Sua vita Bacon si spinge oltre la furia dei primi lavori, e la cruda e pulsante rappresentazione diventa maestosa perfezione matematica, al tempo stesso voluttuosa e lirica.

Nessuno oggi crede più che un pittore dipinga solamente una tela bianca. Il pittore, infatti, ha un proprio bagaglio di conoscenze e di esperienze, una vasta eco di riferimenti, dati figurativi, innanzi tutto, narrazioni, immagini dal cinema o dalla tv, fotografie.

Per Bacon vi è anzitutto un primo figurativo, pre – pittorico; quindi vi é l’atto pittorico e la figura come risultato della pittura. L’atto di dipingere null’altro é se non l’unificazione di questi due momenti.

E’ una questione difficile, una differenza impercettibile, che non si riesce a spiegare a parole (…) Comunque, c’é una pittura che ti colpisce direttamente al sistema nervoso (…), è ciò che ci pervade anche oggi, inconsciamente, una pittura, una storia rivissuta”.

Bacon pone al centro della propria opera una concezione tutta nuova del vedere sensibile; al tempo stesso, egli è senza dubbio uno degli artisti più immersi nella crisi della contemporaneità, ma vi è immerso con una coscienza acutissima della sua negatività, una coscienza carica di tensione emotiva la quale, attraverso la forza delle immagini, si definisce e viene in essere.

Guardiamo un’ ultima volta le sue tele e comprendiamone il retaggio.

“ Spegniti, spegniti, breve candela! ” – esse sembrano sussurrare – “ La vita non é che un’ ombra che cammina… é una storia raccontata da un idiota, piena di rumore e furore, che non significa nulla “.

E’ l’infinito dolore della vita, la sua futilità e fugacità, un’ emozione intensa, violentata dalla odierna realtà.

Milano, 23.06.2014.

Roberto Campagnolo